Vent’anni senza il “Signor G.”

Nel docufilm “Io, noi e Gaber”, promosso dalla Fondazione Gaber, il ritratto del cantautore, protagonista della storia culturale d’Italia, attraverso la voce di familiari e amici

Raffinato e popolare, chansonnier e burlone, cantante e pensatore, artista e filosofo, leggero e profondo: i binomi apparentemente in antitesi nel caso di Giorgio Gaber – artista geniale –  non sono mai abbastanza. Il ventennale della sua scomparsa, è l’occasione per riscoprirlo attraverso “Io, noi e Gaber”, un docufilm scritto e diretto da Riccardo Milani, presentato in anteprima alla diciottesima Festa del Cinema di Roma., promosso dalla Fondazione Gaber, prodotto da Atomic in coproduzione con Rai Documentari e Luce Cinecittà e distribuito da Lucky Red. Girato tra Milano e Viareggio, nei luoghi della vita di Giorgio Gaber, “Io, noi e Gaber” è il ritratto più che mai vivo e incisivo del Signor G., protagonista indiscusso della storia culturale del nostro Paese, artista completo che ha sperimentato vari linguaggi musicali, dal rock al jazz, al rock – jazz insieme, dalla melodia al divertissement, tra ironia e impegno politico, ben rappresentati nel docu film.

Un viaggio esclusivo che attraversa tutte le fasi della sua carriera artistica: dai primissimi esordi nei locali di Milano al rock con Adriano Celentano; dal sodalizio artistico e surreale con l’amico Jannacci (bello il ricordo a due voci tra la figlia di Gaber Dalia e il figlio di Jannacci Paolo), agli iconici duetti con Mina e alle canzoni con Maria Monti. Dagli anni della tv, che gli hanno dato una grande popolarità, al teatro, con l’invenzione, insieme a Sandro Luporini, suo storico paroliere, del “teatro canzone”, piena espressione del suo impegno politico e culturale. Attraverso la voce di familiari e amici, Riccardo Milani traccia un ritratto intimo e appassionato di Gaber, che include a un tempo la sua storia personale – attraverso le parole della figlia Dalia e delle persone storicamente a lui più vicine – e una sinfonia di voci di colleghi e artisti che lo hanno vissuto e amato, come Gianfranco Aiolfi, Massimo Bernardini, Pier Luigi Bersani, Claudio Bisio, Mario Capanna, Francesco Centorame, Lorenzo Jovanotti Cherubini, Ombretta Colli, Paolo Dal Bon, Fabio Fazio, Ivano Fossati, Dalia Gaberscik, Ricky Gianco, Gino e Michele, Guido Harari, Paolo Jannacci, Lorenzo Luporini, Roberto Luporini, Sandro Luporini, Mercedes Martini, Vincenzo Mollica, Gianni Morandi, Massimiliano Pani, Giulio Rapetti – Mogol, Michele Serra. Lo spettatore rivive con loro le emozioni suscitate dal ricordo di Gaber, con un finale che “mette i brividi” ma non sveliamo.

Il docufilm sarà disponibile nelle sale cinematografiche il 6, 7 e 8 novembre. Noi l’abbiamo visto in anteprima e ne abbiamo parlato con Paolo Dal Bon, presidente della Fondazione Gaber, che ha collaborato con Giorgio Gaber dal 1984 come responsabile organizzativo e amministrativo della sua attività artistica e professionale.

Intanto le chiedo un ricordo personale di Gaber, quand’è stato il vostro primo incontro?
Dopo le scuole superiori, ho cominciato subito a lavorare nell’ambito dell’organizzazione degli spettacoli, da sempre per me Gaber era il massimo sia artisticamente che professionalmente, e ho cercato di farmi conoscere da lui, che, in qualche modo, è rimasto sorpreso da quante cose sapessi di lui. Da lì è iniziato un lunghissimo periodo che continua tutt’ora, con Gaber in vita sono stati più di vent’anni intensi insieme e oltre 1.800 repliche teatrali, più tutto il resto. Insomma, è stata una bella storia.

Come definisce il patrimonio di Gaber?
Posso testimoniare che prima ancora che un grande artista era una grande persona, estremamente consapevole, capace di leggere la realtà che lo circonda in modo analitico. Una persona non certamente unica, ma rara, in questo senso, e la grandezza di queste persone è il saper mettere a disposizione degli altri le loro intuizioni, con uno slancio di condivisione autentico.

Arriviamo al docufilm, perché la scelta di affidarlo a un regista cinematografico piuttosto che a un giornalista musicale?
Perché tante cose anche di carattere giornalistico e televisivo erano già state dedicate a Gaber in questi venti anni. Quindi l’ipotesi di questa cifra cinematografica ci sembra interessante. Oltretutto Riccardo Milani si è proposto di fare questa cosa e lui è uno che sa fare molto bene il racconto cinematografico, con grande delicatezza e profondità, ed è anche un grande appassionato non solo di Gaber artisticamente ma anche umanamente e culturalmente. E quindi ha voluto raccontare il suo Gaber.

Una delle scelte del regista è quella di far riascoltare le canzoni di Gaber ai vari narratori per riavvolgere il nastro delle emozioni. Quale ricordo la colpisce di più, rivedendolo nel film?
Lavorando da vent’ anni per la Fondazione, occupandomi dell’archivio, conosco tutto quello che esiste. Nei vari incontri che facciamo con gli studenti, o nelle altre situazioni, facciamo vedere molto Gaber, ma l’effetto del grande schermo ha colpito anche me, perché il grande schermo permette di rivedere non solo la fisicità di Gaber e la sua grande capacità comunicativa, ma anche i suoi primi piani e quindi si rivela un mezzo che restituisce molta autenticità a quello che Gaber ha fatto.

Invece chi dovesse vedere il film senza conoscere Gaber, che impressione avrebbe?
Credo che Gaber sia un classico, come altri della sua generazione, un classico nel senso acquisito come patrimonio della cultura nazionale. E quello che si fa con la cultura nazionale è consentire alle persone di avvicinarsi. Questo film va in questa direzione. Le reazioni sono imprevedibili, siamo nell’imponderabile, ma per fortuna, direi! Abbiamo l’esperienza di tanti giovani che, conoscendolo oggi, rimangono folgorati e scoprono un mondo straordinario.

Una parte consistente di questo ricordo è dedicata all’impegno politico, Jovanotti parla della necessità di “urlare” di Gaber, Fossati della sua rabbia. Lei ricorda le provocazioni subite quando la moglie Ombretta Colli si schierò con una forza politica opposta. L’ideologia come ossessione messa anche in rima da Gaber. Cosa ci dice oggi tutto questo?
Gaber con Luporini si è occupato di politica non perché la politica abbia un primato nella vita delle persone, ma perché ne fa parte, quindi ha trattato la politica esattamente come tanti altri aspetti: la sfera sentimentale, quella comportamentale; e loro se ne sono occupati portando un contributo di chiarezza e di illuminazione, a mio avviso molto utile in quel momento storico.

Pier Luigi Bersani nel film dice una cosa che mi ha colpito: «Un artista non ti dà la soluzione ma lui ci ha detto qual è il problema»
Gaber partiva dal proprio disagio, dalla propria percezione della fatica e del dolore, e come lui gli altri grandi contemporanei, come Guccini, che diceva che lui scriveva canzoni quando stava male, perché quando stava bene andava al cinema o usciva con gli amici. Quindi Gaber e Luporini hanno dato voce anche alla fatica e al dolore che avevano intorno e così sono nate canzoni anche importanti. Forse oggi questa percezione c’è un po’ meno. E soprattutto Gaber nel tempo era diventato una persona molto credibile, per questo era un riferimento per molte persone. E questo manca oggi: ci sono molti opinionisti, anche brillanti, ma che non testimoniano un modo di vivere che può essere utile agli altri.

Dopo l’uscita nelle sale, quali sono i progetti della Fondazione per divulgare il ricordo di Gaber?
Siamo nel ventennale della scomparsa, questo sicuramente è uno dei momenti più alti di quello che ha fatto la Fondazione fino ad ora. Lavoreremo molto con il film, proseguiremo con altri eventi, e nello stesso tempo stiamo portando avanti un’iniziativa all’interno delle università con degli incontri condotti da Lorenzo Luporini, nipote di Gaber (figlio di Dalia e Roberto, nipote a sua volta di Sandro, n.d.r.), con ospiti anche noti che hanno conosciuto Gaber. Per raccontare agli studenti la sua storia, e offrire una possibilità di confronto.

24 ottobre 2023