I 50 anni di “Bandiera Gialla”, all’origine della cultura beat

Lo storico compleanno ricordato alla Sapienza dai due autori Gianni Boncompagni e Renzo Arbore. Una “rivoluzione”, avvicinando i giovani alla musica

Lo storico compleanno ricordato alla Sapienza dai due autori Gianni Boncompagni e Renzo Arbore. Una rivoluzione nata per avvicinare i giovani alla musica

In un panorama di assoluto monopolio radiofonico – siamo a metà degli anni ’60 e le radio libere nemmeno si sapeva cosa fossero – un programma fece la sua comparsa in Italia, in modo così dirompente da segnare non solo un’epoca ma qualcosa di più. Si chiamava “Bandiera Gialla”. Autori: Gianni Boncompagni e Renzo Arbore. I due, appoggiati con più di qualche perplessità iniziale dal direttore della radiofonia, quel Giulio Razzi nipote di Puccini, avviarono una rivoluzione culturale grazie all’idea bislacca di avvicinare i giovani alla (loro) musica. A parlare di quella avventura, iniziata il 16 ottobre 1965 e terminata il 9 maggio 1970, sono gli stessi Boncompagni e Arbore, ospitati il 22 ottobre presso il dipartimento di Scienze sociali ed economiche della Sapienza di Roma, accanto a Dario Salvatori, Roberto D’Agostino e Maurizio Riganti per festeggiare i 50 anni della fortunata e indimenticata trasmissione radiofonica. «Fino al 1965, anno in cui l’Italia riceve il boom che c’era già stato altrove, i giovani semplicemente non esistevano», Spiega D’Agostino, che in Bandiera Gialla ha esordito come disk jockey. Impensabile che avessero propri gusti, per giunta in ambito musicale. «C’era il bimbo che, ascoltando le canzonette in compagnia dei genitori, aspettava di crescere imitando la madre o il padre. Negli indici di gradimento d’ascolto Rai – lo ricorda Arbore – i diciottenni non erano contemplati. Il loro parere non interessava a nessuno».

La trasmissione, in onda il sabato pomeriggio alle 17.40, iniziava con una sigla a effetto e con l’enunciato preceduto da sirene d’allarme: «A tutti i maggiori degli anni 18, questo programma è rigorosamente riservato ai giovanissimi, ripeto, ai giovanissimi, tutti gli altri sono pregati quindi di spegnere la radio o sintonizzarsi su altra stazione». Di lì, il ritmo martellante di T-Bird, dell’allora ignoto Rocky Roberts e dei suoi Airdales. Il concetto era che quello spazio fosse una zona di quarantena (batteva infatti bandiera gialla – titolo inventato dall’allora capostruttura Luciano Rispoli – come le navi che arrivano in porto infettate dal colera o dalla peste) per “malati di musica”, non adatto dunque agli adulti e ai giovani già vecchi dentro. «Mentre un’altra Italia cercava un nuovo mondo – continua D’Agostino -, noi giovani cercavamo il groove della nostra vita, lontano dalle canzonette e dalla melodia dei nostri genitori. Quest’oratorio laico ci ha permesso di diventare quello che siamo». Ruolo «formativo e pedagogico», lo definisce Dario Salvatori, da affezionato presenzialista della trasmissione cult e che insieme ai ragazzi del Piper, anch’esso nato nel 1965, si trasferivano il giovedì al Bandiera Gialla per le registrazioni. C’erano artisti come Renato Zero, Loredana Bertè, Patty Pravo e Lucio Battisti, che scriveva con Mogol per i Dik Dik e fu invece convinto da Arbore e Boncompagni a cantare.

«L’alleanza col Piper ha portato alla generazione Beat, parola mutuata da Kerouac», racconta Arbore. Dopo Bandiera Gialla, “beat” diventò così il termine che definiva in senso generale la nuova cultura giovanile, mettendoci dentro di tutto: dalla musica al look fino alle stesse proteste. Quanto alla trasmissione, il meccanismo era semplice: ogni puntata presentava quattro gruppi di tre canzoni pubblicate di recente o ancora inedite sul mercato italiano, che venivano votate da un pubblico di ragazzi tramite delle bandierine gialle. Il brano che in ciascuna terna otteneva più voti entrava tra i finalisti, e il vincitore assoluto tra i quattro finalisti veniva proclamato “Disco giallo”. «Abbiamo inventato un mestiere, il dj, che in radio non c’era», sottolinea con orgoglio Arbore che dell’Associazione italiana disk jockey è pure presidente. «Oggi le case discografiche impongono i loro prodotti mentre noi sceglievamo per conto nostro i pezzi destinati al successo». E Bandiera Gialla è stata un traino per l’industria discografica: le statistiche del tempo riportano come le vendite dei dischi fossero aumentate dell’80% e questo anche grazie al fatto di aver eluso o almeno aggirato le regole allora esistenti. «Avevamo un obbligo – spiega Arbore -: quello di far approvare i brani dai dirigenti Rai». L’espediente per bypassarlo «fu quello di approfittare del fatto che non conoscessero l’inglese – racconta Maurizio Riganti, responsabile della trasmissione -. Così passavano anche i testi con le parolacce. Soprattutto si aggirò la rigida regola per cui lo stesso brano poteva essere suonato nella stessa trasmissione solo a distanza di 15 giorni». Quanto ai criteri di scelta, passavano le sonorità considerate forti dal duo: «Avevamo una black list con Diana Ross – conclude Arbore -, James Brown, Otis Redding, Aretha Franklin e con l’unica bianca, Orietta Berti».

23 ottobre 2015