Caso Regeni, parlano i genitori

Claudio e Paola, in conferenza stampa al Senato, chiedono giustizia: «Confidiamo in una risposta forte del nostro governo»

Claudio e Paola, in conferenza stampa al Senato, chiedono giustizia: «Confidiamo in una risposta forte del nostro governo. È dal 25 sera che attendiamo»

Claudio e Paola, i genitori di Giulio Regeni, hanno parlato ieri, 29 marzo, in conferenza stampa al Senato. Con parole nette e determinate hanno chiesto giustizia. «È dal nazifascismo che noi in Italia non ci troviamo a una situazione di tortura come quella che è successa a Giulio. Ma lui non era in guerra. E io che stimo moltissimo i partigiani, dico che loro lo sapevano a cosa andavano incontro. Invece mio figlio era andato in Egitto per fare ricerca, è morto sotto tortura», le parole di Paola Regeni. «Non era una spia, non era un giornalista. Era un ragazzo che studiava. Un ragazzo che con la sua apertura al mondo era un ragazzo del futuro».

«Ringraziamo tutti per l’abbraccio affettuoso sentito da tutta l’Italia. Siamo qui perché vorremmo continuare insieme a lottare per portare avanti i valori di Giulio. I suoi ideali», ha spiegato il papà. «Continuerò a dire sempre “Verità per Giulio”. Il 5 aprile aspettiamo che arrivino gli egiziani. Ma mi domando: cosa porteranno?», si è chiesta Paola Regeni. «Se il 5 aprile sarà una giornata vuota confidiamo in una risposta forte del nostro governo. Ma forte. Perché è dal 25 sera quando è scomparso Giulio che attendiamo una risposta».

Manconi: «Richiamare l’ambasciatore». «Si deve operare con una determinazione maggiore di quella finora adottata. Si deve porre con urgenza in tempi molto stretti la questione del richiamo in Italia del nostro ambasciatore in Egitto. Richiamo non vuol dire ritiro, vuol dire richiamo per consultazioni», ha proposto Luigi Manconi, presidente della commissione parlamentare Diritti umani, in conferenza stampa al Senato con i genitori di Giulio Regeni. «Ed è necessaria – aggiunge Manconi – la revisione delle relazioni diplomatico-consolari tra il nostro Paese e l’Egitto». «Cosa ci aspettiamo? Se continuano a non darci qualcosa di più di semplici promesse, di informazioni non collegate alla realtà, per noi quanto espresso dal senatore Manconi è la risposta piu’ corretta“, la replica di Claudio Regeni. «Andiamo con le nostre istituzioni e facciamo un’azione forte per far presente che continuiamo a lottare per ottenere giustizia e verità», ha aggiunto. «Abbiamo fiducia nelle nostre istituzioni. Purtroppo non abbiamo mai avuto la sensazione che il governo egiziano abbia avuto l’intenzione di collaborare seriamente».

Giulio Regeni

Il dolore. «Ho pianto pochissimo. Ho il blocco del pianto. Ho sempre pianto tanto, anche in macchina per una canzone romantica di cui forse non conoscevo le parole. Mi sono commossa per i disegni di un bambino. Ma da mamma in questa situazione ho pianto pochissimo. Ho un blocco totale che sbloccherò quando capirò cosa è successo a mio figlio», ha spiegato Paola Regeni. «Non mi faccio nessuna ragione, perché non è giusto che è successo questo. A nessuno. Io non lo augurerei alla peggiore persone che esiste al mondo», ha aggiunto. Il viso di Giulio Regeni «era diventato piccolo, piccolo, piccolo. Io e Claudio l’abbiamo baciato e accarezzato. Non vi dico cosa hanno fatto a quel viso. Ho pensato che tutto il male del mondo si fosse riversato su di lui», ha raccontato la madre. «Su quel viso – ha aggiunto – l’unica cosa che ho veramente ritrovato di lui èstata la punta del suo naso. È l’unica cosa che ho ritrovato di lui».

«Non era dei servizi». «Avevamo un confronto con Giulio. Parlavamo spesso. Nessuna delle informazioni che ci trasmetteva faceva neanche lontanamente pensare a un lavoro sottobanco, per i servizi segreti, a un lavoro che non fosse correlato al lavoro che stava facendo. Noi lo abbiamo escluso». Lo ha detto Claudio Regeni a chi gli chiedeva come abbi fatto ad escludere che il figlio lavorasse, anche a sua insaputa, per i servizi segreti. Paola ha aggiunto: «Chi ha i figli all’estero sa che i genitori sviluppano una relazione fortissima, a livello viscerale. Noi a livello viscerale sapevamo che nostro figlio non era nei servizi segreti».

30 marzo 2016